A mia madre

Questo è un articolo intimista. Un genere di articolo che non sono abituata ad affrontare, quindi non vogliatemene se non riesco ad “arrivare” nel modo giusto.

L’articolo parla di mia madre.

Il mio intento è dedicarle ancora qualcosa, oltre a una menzione su un libro. E quindi questo giorno è per lei. E’ improprio probabilmente. Ma questo 2020 è anch’esso improprio nella mia vita. Quindi dedico a lei il 25 Aprile 2020.

Sono passati due anni ormai da quando mia madre si è ammalata gravemente.

Ero riuscita, non senza enormi sacrifici, ad aprirmi un varco (economico e strutturale) per portarla qui, con me, dove mi sono trasferita tre anni fa.

Per due anni sono stata costretta a lasciarla in un buon centro, accudita, amata e protetta. Ma sapete, le banalità si scoprono in corso d’opera. Non era certo quella la soluzione migliore per me e per lei. E nonostante tutto era la necessità del momento. Un’altra scoperta che ho fatto è che tenere mia madre qui con me avrebbe avuto costi elevatissimi. Ed io all’epoca non avevo nemmeno un lavoro.

Mia madre ha il 91% di disabilità. Una cosa che, come ho già detto, pesa sia a livello economico che a livello pratico sulle spalle di chi decide di prendersene cura.

Ha iniziato a vaneggiare un anno fa. Vedeva cosa inesistenti, sentiva voci inesistenti, parlava di scenari fantascientifici e comunque sempre scenari molto, troppo noir.

Ho capito che la stavo perdendo, ho capito che dovevo correre da lei e portarla con me. Le mie frequenti visite, dopo qualche minuto di dialogo sano e vivace, riuscivano a riportarla da me. Riuscivano a farla sorridere. Riuscivano ad evitare che si perdesse nelle sue fantasie.

Poi è arrivato. E’ arrivato tutto.

La responsabile di un ristorante etnico si ritrova a casa. Se non avessi il mio compagno che è libero professionista e lavora da casa, avrei molti altri pensieri. Non solo mia madre,ma molto altro a cui pensare.

Mi ritengo fortunata per questo.

Ma non vedo mia madre da due mesi ormai.

Abbiamo l’opportunità di fare video chiamate, accordandoci con la residenza in cui vive, ma ironia della sorte mia mamma è ipovedente, quindi quando parte la chiamata passa molto del suo tempo a capire se sono io, a guardare a occhi sgranati la sua immagine, a ridere (nonostante tutto) dei suoi capelli. Una bambina.

Ieri ho deciso che l’avrei chiamata al telefono, così sarebbe stata una cosa più intima, visto che riesce a reggere un cellulare accanto all’orecchio con la mano buona, ma fatica a capire come girare un cellulare in video chiamata. Così la stessa video chiamata è sempre poco intima, c’è sempre una gentile Oss che regge il telefonino. E lei mi dice “non ho la mia privacy Anna!”

La telefonata di ieri è stata tutta una serie di “ti voglio bene, manchi” reciproci che mi sta rendendo forte e non doma.

Io non ho figli, ma ora ce l’ho, è lei. Per chi vado avanti? Per lei.

L’idea di non rivederla, la paura che possa essere sfiorata da questo virus, lontana dalle mie braccia che in questi ultimi anni l’hanno sempre sorretta e amata e che lavoravano solo per lei, non mi abbatte, ma mi aiuta a lottare.

La liberazione di mia madre, che era una donna forte, intelligente, simpatica, adorabile, ma a tratti anche inguaribile stronza (ognuno ha i suoi difetti) e che ha mantenuto tutte le sue caratteristiche, però deformate sotto l’effetto di una forte depressione (non ha mai accettato la malattia e la privazione della sua libertà di movimento, tanto meno la cecità) è diventata lo scopo della mia vita.

Lo sapevo già prima. Ora non è cambiata la qualità del sentimento, ma la quantità dell’intensità.

A mia madre, l’unica vera sostenitrice di ogni mio progetto. L’unica persona che ridesse così tanto alle mie battute. A mia madre, che è mia sorella, mia figlia, una parte di me e la miglior madre che io potessi avere, dico “Io ti libererò”.

 

Mi perdoni chi pensa che voglia stravolgere il senso di un avvenimento tanto importante. Volevo solo aggiungere il mio, di senso.

 

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