Non sballate le gaussiane

Il mio decimo giorno di domiciliare.

 

 

La ricerca di variabili a una vita che non era quella dedicata a stare chiusa in casa è stata più semplice del previsto.

Mi tengo impegnata. Faccio due allenamenti al giorno (Werner chiude la porta, non ci tiene proprio a vedermi saltellante per la stanza, mentre faccio il possibile per tenermi in forma anche da dietro un “oblò”), faccio la passata di pomodoro al posto della passeggiata, “faccio cose e non vedo gente”, mettendo tra le priorità tutto quello che prima era secondario.

Un cambio di prospettiva che ho dovuto fare velocemente e in modo drastico.

Invece che correre fuori casa, adesso corro dentro casa. Sì, riesco a stressarmi pure dentro casa. Sembra che debba sfamare e fare lavatrici per una squadretta di minivolley, invece siamo due anime.

Non ci sono invece aggiornamenti per la vicina,che sta sempre sola. Ovviamente, vista la situazione, ogni tanto, tra un vetro da pulire e sfamare il mio compagno che tra poco si mangia pure le gambe del tavolo, tra due righe da scrivere e nuove cose da imparare (ve lo racconterò con calma), ci parlo un po’ a “metrica” distanza, con la vicina sola, che ormai pranza in giardino col piatto sulle gambe seduta su una sedia di vimini, dando rispettosamente la schiena alla mia finestra. Ha un che di poetico. Un’immagine che fa impressione. Davvero. Nonostante ciò, mi sembra si stia abituando anche lei alla “clausura”. Lei, che borbottava “mi vogliono togliere la bicicletta ma io non ci sto!”. Ora la bici è parcheggiata contro il muretto. Spiace. E’ una tristezza. Però il furgoncino “assassino” che urla “tutti in casa” non molla. E dai, si convive anche con quello lì, che faceva così paura prima.

Alla fine, mi sto abituando. Mi sto abituando così tanto che, quando potrò riprendere ad uscire, sarà uno shock. Un altro shock.

Alla fine è anche pur vero che l’uomo si adatta a tutto se vuole.

Giusto o ingiusto, necessario oppure no, non abbiamo scelta a volte. Su certe cose, non abbiamo scelta.

E’ il periodo dell’accettazione. Un accettazione che è universale e stavolta il “mal comune mezzo gaudio” che io ho sempre detestato tanto, mi sa che ci conviene farcelo andare bene.

Poi, tra qualche tempo, sarà l’ora dei forconi. Perché non sono mai stata una che accetta la medicina amara senza chiedere “a che serve scusa? Ma siamo sicuri che siccome non avete fatto i conti fatti bene prima, sia colpa mia se devo prendere sta roba e non la voglio? Devo davvero aprire la bocca e buttare giù sta roba senza nemmeno chiedere?” . Spero che si trovi la forza di scendere in piazza e dire ognuno la sua. Sarà un gran casino. Ma penso avremo ragione tutti. In caso, fatemi sapere. Io ci sono. Ho anche io le mie da dire. E non dimentico. E la libertà è l’ideale più grande della mia vita.

Per ora tutti a casa. Non sballate le gaussiane.

Ancora per un po’. Dai, che se ce la sto facendo io, che sono veramente un cavallo pazzo, non vedo il motivo per cui molte persone non ce la possano fare.

Con la gioia di aver notato che almeno ieri, la curva degli ospedalizzati, non si è alzata.

(guardate i grafici. Parlano meglio di un giornalista prezzolato o di un amico politicamente di parte).

 

 

 

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