Fulvio e Victor.E la sindrome da abbandono.

Mi sono informata sulla vera storia di Frankestein. Non quella romanzata e rimaneggiata dei film, ma quella del libro. The original, insomma. Che in realtà fino a ieri sera non mi aveva mai interessato. Ma vai a capire come funziona la mia testa (si, la mia…parlo per me) quando mi viene in mente qualcosa che prima nemmeno avevo considerato. Come quando ti viene voglia di provare a mangiare o bere qualcosa che fino a due giorni prima…”no, per carità” (e nemmeno per quella).

La storia di Frankestein è un’epopea. Mica me l’immaginavo che il mostro della storia si era messo a inseguire il dottor Frankestein per ucciderlo perchè lui, il suo creatore, lo aveva abbandonato a un destino di solitudine. Ma il dottor Frankestein è un stronzo. Si, lo so. Sto dicendo una cosa gravissima. Una cosa che in pochi hanno avuto il coraggio di dire.

Il dottor Frankestein è uno stronzo. E pure uno sprovveduto. Va in cimitero a cercare un cadavere, lo dissotterra, gli ridà vita. E ovviamente non è che questo cadavere redivivo possa essere il più bello e il più affascinante degli esseri viventi. Magari è anche un po’ incazzato di suo. Ci vorrebbe una sana rieducazione del mostro. E invece cosa fa il dottore, post esperimento? Spaventato dalla bruttezza del mostro e dalla sua inaudita forza fisica a tratti macchiata di violenza, lo abbandona. Come a dire “ma sai credevo venissi meglio…credevo che fossi più bellino…più simpatico…che se ti avessi insegnato a giocare a briscola o a tressette mi sarei pure divertito nelle fredde serate invernali, quelle che….” un bicchiere di vino e un buon libro non mitigano la solitudine” .

Così il mostro, amareggiato e deluso dall’abbandono, lo insegue. E gliene fa “di ogni”. Una successione infinita di dispetti pesanti come omicidi di persone care appartenenti alla cerchia del dottore. Finchè il dottore inizia a sua volta a inseguire il mostro (l’assassinio dell’amata Elizabeth e la morte del padre di un colpo apoplettico sembrano le cause scatenanti). La giusta fine di questo romanzo è la morte di entrambi i personaggi. La creatura mostruosa si darà fuoco al Polo Nord (e questa location è davvero una scelta estetica che riproposta ai tempi nostri creerebbe un vago senso di “twilight svedese” e avrebbe ancora un discreto successo).

A questo punto mi schiero a favore della mostruosa creatura a cui Mary Shelley non ha nemmeno dato un nome. E lo chiamerò Fulvio. Fulvio ha avuto un terribile trauma da abbandono. E no, non sto affatto giustificando la sequela di omicidi che ne seguono e fanno di lui un pazzo omicida, ma non mi sento nemmeno di applaudire Victor Frankestein e la sua arroganza.

Sai quando dicono “hai creato un mostro e ora sò caxxi tuoi?”. Bene. Credo che in qualche modo chi ha coniato questa frase, abbia pensato a Fulvio e alla sua sindrome da abbandono. E anche a Victor e alla sua voglia di sfidare le leggi di natura. Ma fino a che punto possiamo comprendere le leggi di natura? Suppongo che, come tutte le cose, ci sia un giusto “inspiegabile” che tale rimane e rimane li per rendere più affascinanti i contorni di una vita in cui, se mi spieghi tutto, o se mi spiego tutto…mi annoio.

Fulvio e Victor sono un figlio e un padre incompresi, ma possono anche essere un amico e un altro amico o due compagni di classe o due fratelli. E ci sta pure che mi abbiano sempre propinato un Fulvio cinematografico coi chiodi nelle tempie che mi “deve” fare paura. Ma la realtà è che sin da piccola, guardare questa gigante sagoma rigida zompettare per un laboratorio polveroso e triste, mi ha sempre fatto provare per Fulvio una tenerezza senza precedenti.

In Victor invece …. beh…non vi faccio nemmeno la lista dei Victor che ho incontrato in vita mia. Come creare qualcosa senza sapere bene dove stai andando. E quando l’hai creato non ti piace più. E non c’è nè rimedio, nè soluzione, per I Victor, se non l’abbandono. Come se non accettassero la non riuscita di un esperimento.

 

 

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