Cosa è giusto?

Sottotitolo : Io ho voglia di vivere

Imperversa, ciclica, la domanda “secondo te è giusto?”.

Cosa è giusto? Cosa è giusto ora?

Le problematiche sono diverse per ognuno di noi.

Secondo giro di canoa intorno alla situazione Covid, seconda ondata. Fastidi diversi a seconda delle persone. Alcuni non hanno lavoro, altri lo hanno ma rischiano di perderlo, altri non rischiano di perderlo ma si sentono minati nelle loro libertà, altri hanno oggettivi problemi di salute.

E cosa è giusto, per tutti, è difficile da definire.

Secondo me è giusto qualcosa di diverso per ognuno di noi.

Però ci sono, a mio parere, delle situazioni comuni e quindi delle piccole soluzioni comuni.

Sicuramente, è giusto non pretendere troppo da noi stessi. Non è un periodo in cui potersi permettere di fare gli spacconi, ma come ho già detto in passato, nemmeno quelli che tirano i remi in barca.

Se si creano troppi disequilibri, singolarmente parlando, è un casino. Meglio volare bassi, ma volare dritti alle mete.

Ho già dato un consiglio fondamentale durante la prima ondata. Era : lanciatevi in nuovi traguardi.

Ognuno nel suo, personale, traguardo. Piccolo o grande, non importa a nessuno. E’ una cosa vostra.

C’è chi deve e vuole trovare lavoro. Chi vuole laurearsi. Chi vuole fare quel corso on line. Chi vuole imparare qualcosa di nuovo. Chi vuole raggiungere un sogno.

Ora è il momento di non lasciarsi andare al timore o alla rabbia.

Io questo lo trovo giusto : NUOVI OBIETTIVI. Lo trovo pure coraggioso.

Edificante. Di esempio per tutti.

Lasciate stare il panico da social. Chi condivide solo disgrazie. Ho visto più link di suicidi oggi che in un anno intero. E non mi ha aiutato a stare meglio.

Non vi sto consigliando di fingere che la situazione sia diversa, ma vi sto suggerendo esclusivamente quello che faccio io quando tutto attorno crolla. Penso da dove ricostruire. E non aspetto un momento migliore. Inizio subito. Magari in piccolo.

Non sarà forse un dono per qualcuno, un pensiero di speranza?

Pensate che chi fa come me stia meglio di qualcun altro? Non fate l’errore di confondere fortuna e coraggio. Spesso le due cose vanno mano nella mano. La fortuna aiuta gli audaci.

Gli intellettuali, poi, si sono barricati dietro una tristezza ecatombale. Ho letto angoscia, tra l’altro lucida e disperata, in parecchi loro post.

Gli stessi intellettuali che criticano Fedez perché “chi è Fedez?”. Suggerisco io, per voi. Forse uno che va avanti a prescindere. Forse uno che ha imparato ad anticipare i tempi sia nel suo ramo che in altri campi.

Perfino gli intellettuali dunque si auto impiccano virtualmente e benedicono le folle di fronte all’ennesimo DPCM.

Esagerati. Potrebbero fare qualcosa da dove sono. Qualche incontro su piattaforma web, come hanno fatto nella prima “ondata” i musicisti più criticati. Un modo diretto per stare accanto alle persone, invece di criticare chi ha creato loro disagio per date saltate in incontri in salette che profumano di carta e incensi.

Il web ha dimostrato questa grande potenzialità comunicativa. Pensate che il docente universitario sia contento di ritrovarsi in un’aula web? Certo che no. Preferirebbe lezione in presenza e aula piena di volti giovani. Eppure si definisce dovere quello di adattarsi, anche. E allora eccoli, questi pionieri docenti che per la seconda volta nel giro di sei mesi si cimentano, alcuni non proprio giovanissimi, in questo faccia a faccia quotidiano in area estranea alla loro comfort zone. L’intellettuale auto impiccato dovrebbe prendere esempio dai docenti, tutti i docenti, categoria sempre troppo discussa e maltrattata per il ruolo che ricopre, spesso con grande onore e merito.

Allora la chiudo (e ho fatto anche la mia chiosa polemica finale, lo so, ma non sopporto chi si piange addosso) dicendo che si può progettare per sé stessi, lo si può fare nel silenzio del proprio mondo protetto, senza troppi proclama. Un giorno tutto questo finirà e chi ha ben seminato anche in tempi di carestia, sarà colui che porterà avanti “il mondo” quando tornerà il sole. Per “ben seminare” bisogna cambiare atteggiamento. Basta polemiche, paure, oblii ai confini della realtà, condivisione di tragedie (voi non siete loro, voi non siete i suicidi). Sì alla lucida cognizione di realtà, alla prudenza (soprattutto con la gente, ultimamente molti scivolano in stati depressivi pericolosi e ne beneficeranno gli psicologi più in là), all’aiuto del prossimo (prossimo che vuole farsi aiutare, non quello che ti prende la mano per portarti giù con lui) sia con parole che con azioni, ognuno come può. E sì al coraggio, a volte anche sfrontato e ardito. In questo periodo quel tipo di coraggio si chiama “voglia di vivere”. E tutti ne abbiamo bisogno.

Non saremo mai felici…

…se non ci accettiamo.

C’è una bella differenza fra ambizione e “qualcosa che non c’entra niente con noi”.

Cosa ci va di fare ora? Lo abbiamo deciso noi o qualcuno ci ha detto che siamo molto bravi in qualcosa? O ci siamo convinti noi che siamo bravi inn qualcosa? C’è una bella differenza.

Per farvi un esempio personale, a me nessuno ha mai detto in cosa sarei stata brava. E poi col tempo ho perso strada e percorsi per una sorta di amarezza. Tipo che mi piace scrivere, sono stata pubblicata, sono autrice, ma se nessuno mi legge che senso ha scrivere?

Forse dovrei farlo per me. Dovrei scrivere per me, senza troppo investimento emotivo. Così ecco perché durante il lock down (sempre durante il lock down) ho maturato, tra le altre iniziative, quella di scrivere qui di nuovo. Se non mi legge nessuno, non avrò sprecato molto tempo e neppure troppo cuore.

La difficoltà di farsi leggere, come scrittrice, sta nella promozione. Parola che, la casa editrice non è disposta a riconoscere come appartenente a sé stessa. Lei ti pubblica, tu ti pubblicizzi. Lungi dall’essere una persona capace di sponsorizzarmi, ho visto tramontare presto vendite e lettori. Io non sono nata per farmi da sponsor. E se tutto si impara, per Dio, auto pubblicizzarmi con link su Fb mi rattrista e mi fa perdere la voglia , il cipiglio, di riprendere le mie “storie” fantasy. E non voglio imparare a fare marketing.

Non posso imparare tutto.

Smettendo di scrivere, ho perso la mano, l’estro, la dinamicità. Ho trovato un lavoro che mi piace, ci ho messo il cuore, ho ottenuto più soddisfazioni lì che nella scrittura e ho fatto la mia scelta : il commercio di beni concreti (cibo) mi calza più adeguatamente.

Eppure, sapete, trovo una grande ingiustizia aver perso la voglia di scrivere. In quello, nello scrivere, mi ero sempre detto “sono bravina”, senza che poi me lo dicesse davvero nessuno. A me non importava il parere degli altri. Qualcuno ha scelto i miei libri e li ha pubblicati, ma li ha congelati. E’ come se li avesse messi in “soazza” (in veneto: posto dove metti le cose a prender polvere, in mostra), mentre io volevo che facessero il giro del mondo.

Ma cosa mi rende felice? Mi rende felice fare qualcosa in cui riesco bene e con cui riesco a pagare le bollette. Tutto, semplicemente, qui.

Il mio sogno sarebbe stato, da sempre, vivere di scrittura. Cosa avrei dato per vivere di quello che partoriva la mia mente piena di fantasia, non lo so più ora. Ma ci ho investito anni. Una vita.

E quando finalmente sono riuscita a scrivere un libro e a farmi pubblicare anche il secondo, ho pensato che ne era valsa la pena.

Era sbagliato, mi sono illusa. E ho pensato “cambiamo target, prodotto, zona, luogo, TUTTO”.

L’ho fatto e ora mi limito a scrivere stati su Fb, qualche articolo qui e qualcosina per i cavoli miei, senza inserirlo in rete.

Non c’è peggior delusione, per un artista, di sentirsi abbandonato nella sua arte. Una specie di delusione profonda, che provoca un attrito irreparabile sia con l’oggetto artistico prodotto, sia con il pubblico eventuale.

Se non vi interessa, il mondo è pieno di contenuti. I miei vagano qua e la, senza pretesa di lettura. Ora, non più. Il martellamento e la pubblicità non mi competono.

E a me basta essere felice, senza troppi,ormai pesanti, sbattimenti in merito a quello che non riesco ad ottenere con facilità.

E in questo, mi accetto. SOLO COSE FACILI.

La fatica l’ho fatta. Ho già dato. E tra 5 mesi sarò madre.

La paura ha deposto le armi

Quando la Paura mi ha visto, ha deposto le armi.

 

Non voglio lanciare sfide alla Paura. Io la conosco bene, tanto quanto Lei conosce me. E in ogni caso, tra me e Lei è stata una lotta alla “mors tua, vita mea” per molto tempo. Quindi non mi vanto di averLa vinta e mai lo farò.

Tutt’ora, se capita, io vivo la Paura. E Lei ci prova sempre con me, lanciandomi, di tanto in tanto, qualche occhiataccia che, per l’appunto, mi fa “temere” il suo dominio incontrastato sui miei sensi.

Però, alla fine, paura o non paura, io faccio qualunque cosa voglia fare, anche se,appunto, mi intimorisce.

La dea dominatrice di ogni mio passo “non fatto” ha smesso di bloccarmi tanto tempo fa.

Ovviamente, quando mi bloccava, io me la raccontavo e la raccontavo DIVERSAMENTE, giusto per nascondere quel pelo di codardia e vigliaccheria che in me non sopportavo. Ero, tra le altre cose, una bambina grassa e goffa e avevo messo tra me e quel mondo che trovavo ostile, cm e cm di grasso giusto per mantenere le distanze. Mangiavo perché avevo bisogno di ingurgitare esperienze e mi annoiavo. Ma avevo paura di tutto. Quindi mangiavo. Amen.

Dunque, quando avevo paura, dicevo agli altri e a me stessa che “non lo faccio perché non ho bisogno di farlo. Non mi interessa” .

E invece, letteralmente, MORIVO DALLA VOGLIA DI FARLO.

Ecco la true story. Avevo dieci anni e una paura bloccante di lanciarmi dal trampolino più basso della piscina. Sapevo nuotare eh? Sapevo nuotare benissimo. Eppure, la sensazione di tuffarmi, di perdere il controllo del mio corpo (che invece, sapendo nuotare, avevo perfettamente anche sott’acqua), di farmi addirittura male, urtando il pelo dell’acqua magari di schiena, mi bloccava. Ovviamente le mie amiche si tuffavano di testa senza problemi.

Un giorno una di loro (Dio la benedica) mi ha guardato, mentre me ne stavo seduta sul bordo della piscina e lei invece si tuffava a ripetizione con grande leggiadria e ha detto “Ma che paura hai?”

“Non ho paura, per niente. Non ne sento il bisogno”

“Ma buttati e falla finita. Ti batterà il cuore. Il fatto che ti batta il cuore è la parte più bella della faccenda. Il tuffo in sé e per sé non è niente di che, preso da solo. E’ l’emozione del salto che conta. Prova!” (sì, aveva dieci anni. Un genio lei, lo è, tutt’ora).

Ho provato. Ho saltato. E’ stata una sensazione bellissima.

E’ stata anche la prima volta che ho scoperto che la sensazione più bella, quando affronti la paura, è quel batticuore fortissimo che ti sentire viva e ti fa capire che indietro non si torna. Una sensazione che, credetemi, supporta la mia produzione di dopamina tutti i giorni, se posso permettermelo (non tutti i giorni è sempre e per forza un’avventura, anche se, volendo…).

Well, da allora:

Ho smesso di ingrassare e ingozzarmi per noia. Ho iniziato a fare (tutto quello che volevo. Sì).

Ovviamente ho iniziato a non avere più così tanta paura. Ho cominciato a divertirmi davvero.

E’ stata la cosa più folgorante che mi sia capitata e ancora adesso mi dico “se quell’amichetta non mi avesse scoperta, se non mi avesse spinta a smetterla di avere paura , ora dove sarei?”

Ferma. Io sarei ferma.

Non so bene a quale stazione della zona comfort sarei bloccata, ma sicuramente non felicemente, mentre la mia indole avventuriera e mai sazia di esperienze sarebbe in preda al delirio.

Tutte le volte che vedo qualcuno infelicemente “fermo”, collego quello stato alla sua paura, una paura che non conosco ma vedo. E allora cerco di dirgli “buttati. Non ti fai male. E’ peggio se stai li, sul bordo piscina, mentre guardi gli altri vivere”.

No. Non mi ascoltano quasi mai, sapete?

Forse non ho la presa giusta, la voce giusta, ma l’intenzione è buona. Non sopporto di vedere la gente infelice. La gente bloccata.

Non sempre è una loro felice scelta, quella di starsene fermi a vivere attraverso gli altri. Non sempre è facile uscire dal pantano.

Ma se quello che ho scritto può servire a qualcuno a prendere il cipiglio di “buttarsi” nella vita, ben venga.

Che la Paura ci sarà sempre, lo sappiamo. Che debba vincere Lei, che il batticuore debba sentirlo Lei, è un’altra storia, non proprio felice.

I maghi ci lasciano sempre ricchi e poveri al tempo stesso.

Quanto ci sentiamo soli, quando un mago lascia questo pianeta.

I maghi sono le nostre guide, quelle che senza volerlo e senza chiederlo, innalzano così tanto le loro passioni e la loro anima, da costringerci ad osservarli, ad ascoltarli. La testa si volta a sentire quello che hanno da dire e da dare. E noi ci sentiamo diversi. Poi.

Ho avuto Maghi inconsapevoli di essere i miei fari in momenti bui. Sono state persone conosciute, molto conosciute e anche sconosciute ai più. E quando se ne sono andati, come Ezio Bosso, mi hanno fatto sentire sola.

Mi hanno fatto pensare per l’ennesima volta “E adesso? Adesso chi mi illuminerà?”.

I maghi sono padri e madri, non importa la loro età. Possono essere anche bambini e bambine, ma restano fari, amorevoli, inconsapevoli. Una loro parola scuote, felìcita, rende onore alla vita, abbaglia, aiuta a riflettere, coccola e rasserena. Ci sentiamo tutti migliori dopo averli ascoltati e guardati.

Sapete, mia madre diceva sempre “Anche se sono grande, ora avrei bisogno di mia madre qui. Non si smette mai di aver bisogno di un consiglio da una madre e da un padre”.

I Maghi se ne vanno e ci lasciano sempre ricchi e poveri al tempo stesso. Ricchi di quello che hanno fatto nella loro vita e che è utile a tutti. Poveri di quello che non potranno più fare. Come un genitore amorevole, sono le guide del mondo. E il nostro mondo, che siamo noi, piange l’assenza.

La mia riflessione oggi è breve, perché a volte non c’è molto da dire.

Le parole sono superflue di fronte alla grandezza di certe anime, che non hanno chiesto né voluto altro che fare quello che piaceva loro. E facendolo, con ardente passione, hanno reso il mondo migliore.

 

 

Percezione, allucinazione e principio di sicurezza

Immaginiamo di perdere improvvisamente la vista.

Immaginiamo di perdere improvvisamente l’udito.

Ora. Adesso.

Spiace toccare le corde di chi vuole sempre evitare spiacevolezze, ma è solo per farvi capire dove corre la matassa del mio discorso.

Ebbene, se ora perdessimo improvvisamente la vista, come ci muoveremmo nello spazio intorno a noi? Non benissimo, sicuramente.

La vista, nell’atto di percepire quello che ci circonda, è indubbiamente preziosa. E’ la nostra bussola di riferimento. Nord, est, sud, ovest. Noi sappiamo muoverci grazie alla percezione visiva degli spazi.

Provate a immaginare cosa accade invece a una persona che, da un momento all’altro, perde l’80% della vista.

La sensazione primaria è la PAURA.

Ma perché la Paura? Beh, perché non sappiamo più come muoverci nello spazio. La seconda sensazione è l’angoscia. L’angoscia, forse l’ho già detto qui o in altre sedi, è qualcosa di più vasto della paura. E’ una sensazione che fonda le sue radici sull’incertezza. La paura è primitiva, automatica, veloce. Una risposta veloce a uno stimolo di allarme.

L’angoscia va oltre. Si crea col tempo. E’ figlia del dubbio, della mancanza di risposte, della perdita dei punti di riferimento per un periodo prolungato.

Ora, andiamo a monte. Sapete qual’è uno dei principali moniti alla vita? Il principio di sicurezza. Nell’insicurezza, un bimbo, anche molto piccolo, prova angoscia.

La percezione, nei suoi cinque sensi (tatto, udito, olfatto, gusto, vista), costruisce il nostro senso di sicurezza, che è senso di Vita. Non tipo “come mi piace la vita, amo la vita”, ma nel senso proprio di sopravvivenza. I cinque sensi ci aiutano nella sopravvivenza.

Ho studiato il caso di mia madre, per dare voce a molte altre persone, che hanno sviluppato problematiche importanti in merito alla perdita di vista e udito, soprattutto.

Cosa accade a seguito dell’angoscia per la perdita della vista e per la conseguente perdita di punti di riferimento per il movimento nello spazio? Una cosa strana. Una nuova ricerca di equilibrio emotivo. Una nuova conferma che esistiamo anche senza quel senso.

Ma vedete, non tutte le storie sono scritte da super eroi, pronti ad affrontare la vita osservando sempre e solo la bellezza delle cose.

C’è anche chi non ce la fa. C’è anche chi riempie il gap motivazionale angoscioso, costruendo altre immagini. Immagini senza le quali, quel vuoto si farebbe sentire di più.

Eccole dunque, le allucinazioni.

Un’allucinazione uditiva o visiva è, per chi ha perso vista o udito, una ricerca di omeostasi energetica all’interno della situazione “provo angoscia perché non vedo. Devo tornare a vedere. E devo convincermi che quello che vedo è vero!”

Mia madre ha iniziato a raccontarmi, a sei mesi dalla perdita della vista, tutto quello che vedeva (cose davvero surreali) e tutte le volte che le dicevo “mamma, sai che non è vero, per favore”, in lei cresceva la rabbia e la tristezza. “Perché non mi credi?”, mi chiedeva quasi sull’orlo del pianto.

Ci sono voluti mesi e mesi di discernimento, per comprendere, studiando ricerche in merito, che mia madre soffriva di angoscia per la perdita di un senso della percezione.

Quindi per la perdita del senso di sicurezza.

Il suo sistema psichico aveva inventato un metodo veloce, indolore (per lei), per tornare ad avere un senso di sicurezza. Uno stato allucinatorio presente a singhiozzi. Ma presente al bisogno. Il suo bisogno di SICUREZZA.

Un’allucinazione , come una specie di amico immaginario, che le desse la sicurezza che ancora ci vedeva e ci vedeva bene. Che questa allucinazione sia poi figlia di una scarsa accettazione di uno stato di cose, è vero. E che questa cosa possa essere curata e sanata, è pur vero. Ma richiede tempo.

Però, quando la psicologa che aveva in cura mia madre, ha parlato di demenza senile, mi sono permessa di non crederle. Non le ho detto nulla, ma non le ho creduto. E ho cercato altre risposte. Non le ho creduto non perché non accettassi la diagnosi in quanto dolorosa, ma semplicemente perché avevo notato che se passavo molto tempo con mia madre, diventavo io il punto di riferimento e anche il principio di realtà e lei non soffriva più di allucinazioni. Questo non è contemplato nella demenza senile, che invece è libera di agire indipendentemente dalla presenza o meno di parenti che creino un punto di riferimento.

Sono quasi sicura di aver trovate le risposte per mia madre e per tutti i casi simili al suo, studiando la percezione e i sistemi psichici di Sandler, quando lo stesso Sandler parla di Percezione come meccanismo che ci aiuta, sin da piccoli, a costruire il principio di sicurezza che ci aiuta a vivere nel principio di realtà.

Potrei affermare che il nostro cervello è una macchina geniale. Nel momento in cui il principio di sicurezza non poggia più su un vero principio di realtà (es: vedo poco e male e devo creare nuovi punti di riferimento nello spazio), la mente e l’apparato psichico, per salvaguardare l’omeostasi energetica dell’individuo (mantenere la calma, la tranquillità) crea una allucinazione.

Un’allucinazione in cui l’individuo crede e che percepisce come vera.

Se togliamo anche quella certezza (l’allucinazione) al paziente, gli togliamo omeostasi, lo priviamo di certezze (quelle che lui/lei si è creato/a) e lo facciamo ricadere nell’angoscia, senza per altro far cessare le allucinazioni, che anzi da quel momento in avanti aumenteranno di numero e potenza. Non per indispettire me o gli altri, ma per cercare accanitamente di allontanare l’angoscia.

Concludendo (un discorso così lungo non ha conclusione, ma solo continua ricerca) per oggi, la percezione, nella forma dei 5 sensi, ci aiuta a sentirci salvi, sani, a muoverci nel mondo, a preservare la nostra vita.

Ma la mente umana è complessa e raffinata e quando qualcosa viene a mancare, cerca di trovare una soluzione provvisoria e il più possibile soddisfacente, per riequilibrare uno stato emotivo, con gli strumenti che ha a disposizione. Se una persona ha buoni strumenti, può riuscire a colmare un deficit senza creare patologia. La patologia è il tentativo di risolvere uno stato di angoscia, quando gli strumenti a disposizione sono pochi.

 

Filosofia, psicologia e “quell’ora” che muta, ballando sulle incertezze, senza fare di esse un’identità.

Non è importante sapere cosa serve all’essere umano.

Ma ogni essere umano è tenuto a sapere cosa serve a sé stesso.

E’ questione di vita o morte.

Finché non ho deciso di pormi questa domanda, ovvero “Cosa mi serve per essere felice?”, io non ho saputo chi ero.

Non è filosofia, ma semplice conoscenza di me stessa.

Tutti possiamo fare filosofia, ma poi arriva uno come Karl Marx che ci scrive un libro (1848 c.ca) intitolato “La miseria della filosofia” e io non mi sento di stigmatizzarlo (anche se non l’ho mai letto, ma so perché è stato scritto).

Parliamoci chiaro. Io non sopporto più le filosofie spicciole.

Che ognuno chieda a sé stesso cosa gli piace e riesca a darsi una risposta sincera e autentica, fa da base alla domanda “chi sono io? Cosa faccio ora qui?”. Non è filosofia.

La vita spesso è un gioco sulle probabilità ma ognuno deve avere le sue certezze, magari temporanee, ma in cui noi crediamo. Si balla sulle incertezze, ma non si rincorrono e tanto meno di esse si fa base identitaria.

Detto in maniera più semplice, vedo confusione. E la confusione fa parte dell’essere umano, ma esiste per essere parte di un percorso verso una nuova dimensione.

Vi spiego : posso avere in alcuni tratti della mia vita un’identità un po’ confusa, ma ogni periodo di confusione deve essere l’anticamera di una nuova me. Abbiamo bisogno per sopravvivere di un’identità chiara in ogni fase della nostra vita.

Si cambia, si attraversa la confusione, si riprende un’identità, la si abbandona, si ritorna nel retrobottega della confusione e poi di nuovo, una nuova alba.

Amo la psicologia perché è, per come me l’hanno trasmessa e me la stanno insegnando, tentare di dare un progetto a della confusione, una responsabilità in ogni azione (per liberare dal ruolo di vittima), delle domande e delle risposte corrette, un buon utilizzo del pensiero, un senso identitario pulito. L’abbandono di ogni paura bloccante. E una guida non solo per comprendere meglio sé stessi ma anche gli altri. Non è solo ricerca di benessere, anche se ne è in parte il risultato che si spera di ottenere.

La psicologia non è filosofia. E’ vita.

Posso affermare che chiunque abbia passione per questa materia, possa avvicinarcisi anche da autodidatta, senza creare troppi danni a sé stesso.

Ma non sarà mai un percorso finito. La psicologia, come la nostra vita, offre continuamente, come ogni scienza, nuovi spunti e nuovi studi.

Si potrebbe rischiare di essere dispersivi, perché la materia è vasta, ma torno al punto di partenza e dico che per me psicologia è aiutare a rispondere alla domanda “chi sono io ora?” passando attraverso la domanda “cosa voglio davvero ora?”. I percorsi per raggiungere questo obiettivo sono molti, ma non tutti perfetti per noi. La psicologia aiuta a scegliere il percorso migliore per noi.

Sottolineo la parolina Ora, come momento fermo che intende adesso, perché credo anche che un essere umano sempre uguale a sé stesso in ogni fase della sua vita sia impossibile. L’essere umano cambia, muta evolve o involve, ma si muove. E quindi cambia preferenze, disconosce certe affermazioni fatte in passato, va avanti nella sue fasi, muta.

Quello che ora voglio è davvero dissimile a quello che pensavo di volere anni fa (ma ci credevo e l’ho ottenuto). Ora sono una persona diversa, che è cambiata non solo perché (filosofeggando) “la vita ti cambia”, ma perché ciò che ho voluto e ottenuto in passato mi ha cambiata. La mia volontà ha modificato la mia vita che a sua volta ha modificato me. La responsabilità è mia.

Ora, adesso, voglio quella cosa. Tra un anno chissà cosa desidererò.

Fondamentale, sempre, è che chi si avvicina a questa scienza vuole poter rispondere, di base, alla domanda “Chi sono io?” che passa attraverso la domanda “cosa mi serve per essere (felice)?”

La filosofia apre risposte universali a questa risposta. La psicologia aiuta ognuno di noi a personalizzarla.

 

 

 

 

Il primo Maggio delle idee

Oggi ho pensato di parlarvi di una cosa che trovo interessante. La progettualità in tempi bui. Ammetto che non mi piace esprimermi utilizzando termini come “tempi bui”, ma comprendo che così posso raggiungere un pubblico più vasto, forse.

Quindi premetto. Io non credo che esistano tempi bui. Ma so che ci possono essere momenti difficili.

Ecco, parliamo di momenti difficili. In questi periodi la cosa a cui pensiamo meno è fare nuovi progetti. Non siamo tutti così, ma diciamo che ci capita. Ci capita quello stato di apatia, di indolenza. Ho visto in questi due ultimi mesi, soprattutto a livello social, una buona fetta di persone adoperarsi nella progettualità con tanti spunti importanti,nuove idee e una grande collaborazione di professionisti. E un’altra buona fetta ha invece tirato i remi in barca. Ecco, da loro mi sarei aspettata di più. Più forza. Più generosità. Più professionalità. Più ingegno. Non è una scelta abbandonarsi alla paura o al silenzio. Questi sono momenti in cui bisogna osservare ma anche agire. Non basterà “il solito”. Ci vorrà originalità. Ci vorranno idee. Idee buone. Nuove.

Qualcuno penserà che queste brillanti idee debbano essere il compito di grandi personaggi. Che ognuno di noi non debba prendersi in carico la sua vita, potendo essere di stimolo alla vita altrui. Uno spunto per gli altri. Quello che io chiamo “il buon contagio”, ammettendo che la parola contagio è stata demonizzata a causa del virus. Ma può avere anche accezioni positive. Il contagio alla bellezza è una cosa stupenda. Il contagio alle idee, alla ripresa, alla forza, è anch’esso una buona scelta.

A volte scrivere, motivare, aiutare, ha costi elevati in situazioni come queste. E’ davvero una cosa che richiede forza, coraggio. Rischi di scrivere a vuoto, di parlare al vento. L’opinione pubblica vuole sentir parlare di economia che riparte, vaccini pronti, nuove strabilianti idee (ma non le sue, quelle degli altri).

Invece dimentica, la gente, che ognuno di noi può dare apporto e supporto all’altro. La vivacità deve restare alta, nonostante le difficoltà. La vivacità deve propagarsi.

 

La voglia di ripartire deve (repetita iuvant) partire da noi.

La progettualità è importante.

Pensate : io sono davvero eccitata all’idea della quantità di nuovi progetti più o meno dispendiosi o difficoltosi che mi stanno chiamando all’opera. E non ho mai smesso di pensare alla ripartenza per il locale dove lavoro. Ho una montagna di idee. Da qualunque parte mi giri trovo un’idea. E trovo contemporaneamente chi me la affossa. Ma per il fatto che chi cerca trova, a volte mi imbatto in chi vuole darmi una mano.

Il Primo Maggio è la mia festa. Ho sempre sgobbato, lavorato, studiato. Mi sono spaccata la schiena, mi sono scervellata, non smetterò mai.

La festa dei lavoratori dovrebbe diventare anche la festa di chi, in questi ultimi due mesi, ha dato comunque un apporto piccolo o grande a questo mondo provato. E diamoci modo di pensare che oltre a questo periodo, possiamo tornare a creare. Ma sulla base, questo sì, di idee nuove. Di idee che tengano conto dell’ambiente, dell’altro, di quel do ut des così caro ai latini, forse un po’ materialista, ma che io ho sempre pensato fosse tipo il detto “una mano lava l’altra e tutte due lavano il viso”.

L’unico contagio che desidero ricevere è quello delle buone idee. Idee nuove e buone e voglia di lavorare.

 

Masochismo e sadismo – Le radici comuni di un conflitto

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Freud che approfondiva la tematica del masochismo e del sadismo.

Mi ha colpito molto la visione Freudiana di “vicinanza” di sadismo e masochismo, come espressioni di un certo tipo di conflitto, che in un certo grado possediamo tutti.

Ma andiamo a piccoli passi, nel territorio non sempre semplice, dei conflitti interiori.

In psicologia dinamica (o psicologia psicoanalitica) di cui il padre fondatore è Freud, nella fase topografica freudiana, vediamo la comparsa di quattro strutture psichiche : IO, ES, SUPER-IO e REALTÀ’. Ve le spiego per sommi capi, perché altrimenti non è facile comprendere come un conflitto esterno sia rappresentazione di un conflitto interno.

L’IO, dice Freud, deve servire tre padroni : Es, Super-Io, Realtà.

L’Io, dunque, è in un certo qual modo l’erede del preconscio, quella struttura che è adibita a controllare i movimenti dinamici delle spinte pulsionali provenienti dall’inconscio e i movimenti dinamici provenienti dal conscio, ovvero le esperienze fenomeniche. Il principio di realtà muove il preconscio, che regola e gestisce sulla base di questo principio, cosa (per dire alla buona) verrà rimosso e cosa verrà eseguito nella realtà o ricordato. Il principio di realtà si muove su questo presupposto “Posso farlo o posso dirlo, senza trasgredire norme di buona educazione o di buon vivere civile?”. Se la risposta è no (confronto tra ipotesi e realtà) noi, di solito, non lo facciamo. Lo “teniamo per noi”. Non lo rimuoviamo, ma non lo manifestiamo.

Il Super-Io è la rappresentazione delle autorità genitoriali, sotto forma anche di altre forme di autorità. Comunque è rappresentazione di una forma di autorità che fa continue richieste di adeguamento all’Io. E’ una struttura psichica ed è in poche parole la nostra idea di autorità.

L’Es sono i desideri istintuali rimossi. Quando avviene una rimozione , restano tracce mnestiche, ma non le ricordiamo. E’ come se ci fosse una specie di censura che impedisce a queste tracce mnestiche rimosse di venire a galla. L’Es è inconoscibile, a meno che, qualche evento fenomenico scatenante, non porti a galla il ricordo di un sentimento collegato a quell’evento rimosso (Freud ha utilizzato per molti anni l’ipnosi proprio per raggiungere i ricordi rimossi nell’Es).

Ora arriviamo al masochismo e al sadismo, sottolineando che tutti siamo, in piccola percentuale, sia sadici che masochisti. Ricordandovi una frase freudiana con cui io concordo totalmente, che affermava “in tutti esiste tutto”. La differenza tra una problematica e la sua assenza (tra patologia e la sua assenza) è il Grado in cui è presente una caratteristica.

Gli individui masochisti, in generale, danno l’impressione di essere eccessivamente sottomessi e anche a tratti eccessivamente morali. Per dirla “alla buona” sono individui facilmente assoggettabili, vivono benissimo il senso di autorità ricevuto, anche quando è un’autorità eccessiva che potrebbe o può ledere principi fondamentali come la libertà individuale e sociale.

Il loro IO sente moltissimo le richieste del Super- Io (nella forma dei poteri equiparabili), a tal punto che ciò che ad alcuni sembra una assoggettamento eccessivo, per il masochista è piacere. Loro provano piacere nel dolore auto inflitto nel nome di una convivenza pacifica con il Super-Io.

Il conflitto tra Io e Super-Io si risolve in un’immediata esecuzione di un ordine perentorio del Super-Io, pena il senso di colpa che sempre affligge il masochista. Il masochista spesso non è consapevole di esserlo.

Il sadico invece è consapevole del suo essere tale. Il suo conflitto interiore, tra Io e Super-Io, si esplica però spesso(guarda caso, esattamente come il masochista) in una ricerca esasperata di punizione eterodiretta. La società (la più alta autorità con cui si confronta un sadico) non può accettare e stigmatizza forme di ribellione o di sadismo nei confronti del prossimo. Ricordiamo che il sadico gode del dolore altrui e di quello nutre le sue spinte pulsionali, ma il sadico sa anche che provocando dolore al prossimo può incorrere nella punizione sociale.

Il masochista e il sadico ricercano comunque una punizione.

Il conflitto di masochista e sadico portato all’atto finale nella quarta struttura, la Realtà, trova esplicazione nella morte. Il masochista si suicida, il sadico uccide. E questi due atti sono conflitti esasperati, atti finali di conflitti interiori che si manifestano nella realtà e che erano presenti già dalle prime fasi evolutive interiormente, a livelli preconsci. A livelli di Io.

Senza arrivare a conclusioni tanto tragiche, ma senza fingere che queste non siano presenti nella nostra società, per cui spesso penso “è una società ricca di sadici e masochisti”, ammetto che in grado molto più lieve, tutti noi possediamo queste due forme di conflitto tra Io e Super-Io. Semplicemente non lo manifestiamo, o lo esprimiamo in forme di sublimazione o in conflitti con l’altro o con noi, ma sempre in modo sano. Per me un conflitto è sempre anche un modo per risolvere. Per chiudere. Per sanare. Entro in conflitto e comprendo. Il conflitto è prima di tutto dentro di noi.

Corollario : le prima figure autoritarie di conflitto sono, per il bambino, i genitori.

Nel rapporto col genitore molte buone abitudini possono prendere avvio, con un conflitto sano. E soprattutto può prendere avvio un rapporto più sano con noi stessi. Perché porteremo con noi sempre autorità e ribellione, istinto di sicurezza e vita e istinto di morte. Se i nostri conflitti interiori saranno sani, sapremo portare nel palcoscenico della vita conflitti sani .

Perché a quanto pare il conflitto ci appartiene. Ed è, nella buona modalità, un modo per raggiungere compromessi importanti.

 

A mia madre

Questo è un articolo intimista. Un genere di articolo che non sono abituata ad affrontare, quindi non vogliatemene se non riesco ad “arrivare” nel modo giusto.

L’articolo parla di mia madre.

Il mio intento è dedicarle ancora qualcosa, oltre a una menzione su un libro. E quindi questo giorno è per lei. E’ improprio probabilmente. Ma questo 2020 è anch’esso improprio nella mia vita. Quindi dedico a lei il 25 Aprile 2020.

Sono passati due anni ormai da quando mia madre si è ammalata gravemente.

Ero riuscita, non senza enormi sacrifici, ad aprirmi un varco (economico e strutturale) per portarla qui, con me, dove mi sono trasferita tre anni fa.

Per due anni sono stata costretta a lasciarla in un buon centro, accudita, amata e protetta. Ma sapete, le banalità si scoprono in corso d’opera. Non era certo quella la soluzione migliore per me e per lei. E nonostante tutto era la necessità del momento. Un’altra scoperta che ho fatto è che tenere mia madre qui con me avrebbe avuto costi elevatissimi. Ed io all’epoca non avevo nemmeno un lavoro.

Mia madre ha il 91% di disabilità. Una cosa che, come ho già detto, pesa sia a livello economico che a livello pratico sulle spalle di chi decide di prendersene cura.

Ha iniziato a vaneggiare un anno fa. Vedeva cosa inesistenti, sentiva voci inesistenti, parlava di scenari fantascientifici e comunque sempre scenari molto, troppo noir.

Ho capito che la stavo perdendo, ho capito che dovevo correre da lei e portarla con me. Le mie frequenti visite, dopo qualche minuto di dialogo sano e vivace, riuscivano a riportarla da me. Riuscivano a farla sorridere. Riuscivano ad evitare che si perdesse nelle sue fantasie.

Poi è arrivato. E’ arrivato tutto.

La responsabile di un ristorante etnico si ritrova a casa. Se non avessi il mio compagno che è libero professionista e lavora da casa, avrei molti altri pensieri. Non solo mia madre,ma molto altro a cui pensare.

Mi ritengo fortunata per questo.

Ma non vedo mia madre da due mesi ormai.

Abbiamo l’opportunità di fare video chiamate, accordandoci con la residenza in cui vive, ma ironia della sorte mia mamma è ipovedente, quindi quando parte la chiamata passa molto del suo tempo a capire se sono io, a guardare a occhi sgranati la sua immagine, a ridere (nonostante tutto) dei suoi capelli. Una bambina.

Ieri ho deciso che l’avrei chiamata al telefono, così sarebbe stata una cosa più intima, visto che riesce a reggere un cellulare accanto all’orecchio con la mano buona, ma fatica a capire come girare un cellulare in video chiamata. Così la stessa video chiamata è sempre poco intima, c’è sempre una gentile Oss che regge il telefonino. E lei mi dice “non ho la mia privacy Anna!”

La telefonata di ieri è stata tutta una serie di “ti voglio bene, manchi” reciproci che mi sta rendendo forte e non doma.

Io non ho figli, ma ora ce l’ho, è lei. Per chi vado avanti? Per lei.

L’idea di non rivederla, la paura che possa essere sfiorata da questo virus, lontana dalle mie braccia che in questi ultimi anni l’hanno sempre sorretta e amata e che lavoravano solo per lei, non mi abbatte, ma mi aiuta a lottare.

La liberazione di mia madre, che era una donna forte, intelligente, simpatica, adorabile, ma a tratti anche inguaribile stronza (ognuno ha i suoi difetti) e che ha mantenuto tutte le sue caratteristiche, però deformate sotto l’effetto di una forte depressione (non ha mai accettato la malattia e la privazione della sua libertà di movimento, tanto meno la cecità) è diventata lo scopo della mia vita.

Lo sapevo già prima. Ora non è cambiata la qualità del sentimento, ma la quantità dell’intensità.

A mia madre, l’unica vera sostenitrice di ogni mio progetto. L’unica persona che ridesse così tanto alle mie battute. A mia madre, che è mia sorella, mia figlia, una parte di me e la miglior madre che io potessi avere, dico “Io ti libererò”.

 

Mi perdoni chi pensa che voglia stravolgere il senso di un avvenimento tanto importante. Volevo solo aggiungere il mio, di senso.

 

Le 13 regole

Come contrasto il virus (nella mia testa)

 

  • Notiziari : ascolto 10 minuti di notizie al giorno. La sera, prima di cena. Il resto  lo reputo chiacchiera, per lo più per innalzare polveroni e diatribe.
  • Studio e leggo. Stacco da ogni social e mi dedico ad evadere in solitaria.
  • Coltivo la gratitudine. Per ogni piccola cosa felice che ricevo, rendo il mio grazie come se mi avessero appena regalato mille euro così, dal nulla.
  • Coltivo l’immaginazione e faccio progetti anche a lungo termine. Non so quando finisce ma so esattamente cosa farò quando finisce. Quindi sono certa che finisce.
  • Ascolto musica, la mia preferita
  • Seguo Omeleto. Un canale di youtube che contiene moltissimi short films in lingua inglese (con o senza didascalie). Ci sono anche alcuni film di animazione muti, ma notevoli.
  • Faccio dai 45 ai 60 minuti di attività fisica ogni giorno.
  • Coltivo piante e fiori. Cosa che si può fare anche se non si ha un orto. Basta qualche buon vaso.
  • Oscuro (nota dolente) in maniera decisa chi diffonde notizie che mi urtano o chi si esprime in modo troppo complicato (messaggi che non comprendo e che quando leggo mi fanno diventare strabica) o chi banalizza al’estremo opposto. Questa è una mia scelta. Ma oscurare per 30 giorni o addirittura eliminare contatti social che non avevo mai notato e che ora noto e mi destabilizzano, mi aiuta a ripulire la mia mente e la mia vita.
  • Condivido contenuti semplici. Con messaggi semplici. La leggerezza è parola d’ordine. Nel do ut des in cui io vivo, se voglio ricevere leggerezza e buon senso, è questo che devo dare al prossimo.
  • Cerco di  capire come funziona ora. Intendo che cerco di capire come “cresce l’erba” e come devo pormi in questo mondo che cambia. Molte cose cambieranno, molte rimarranno le stesse. Sarà richiesta comunque un’ampia capacità di adattamento alle novità del mercato e alle richieste del mercato. Ma in generale dovremo adattarci al nuovo. Prima ci adattiamo, prima ci rialziamo.
  • Se un pensiero negativo mi assale non lotto per allontanarlo ma aspetto che passi. Scientificamente non puoi fermare un pensiero, ma puoi diminuirne l’intensità. Molto lentamente ma efficacemente, quel pensiero se ne andrà, se diminuisco l’intensità con cui si presenta.
  • Utilizzo la visualizzazione passiva del numero 6 e del numero 1. Nel mio libro Il gioco dei numeri – Amazon, spiego approfonditamente in cosa consiste la procedura.

 

Queste sono le 13 regole che sto seguendo pedissequamente, in modo rigoroso, senza darmi grandi orari sulla tabella di marcia.

Ricordo che la costanza in quello che fate è molto più importante del talento che possedete in natura. La costanza diventa buona abitudine e darci delle personali regole, in un momento di grande irreggimentazione generale, ci aiuta a sentirci liberi nella nostra sfera di azione.

Io sono Anna Maria Stellin. La mia pagina facebook è https://www.facebook.com/Tellmeastoryaboutus/

I miei libri

Il cappotto rosso 

La cometa dei desideri

Il gioco dei numeri